La tassa minima per le multinazionali è già al centro delle polemiche

Una rivoluzione nel senso di equità e giustizia sociale: così era stato salutato il varo della tassa minima per le multinazionali, proposta da Joe Biden, dai ministri del Tesoro del G7 nella giornata di sabato.
Entusiasmi a quanto pare non giustificati, almeno stando alle parole di commento dell’economista Thomas Piketty. Il quale dopo aver affermato che anche a lui piacerebbe pagare tasse del 15%, ovvero il livello deciso per la nuova tassa, non ha esitato a bollare come scandalosa la decisione.
Mentre è leggermente meno pessimista il commento rilasciato da Gabriel Zucman, economista transalpino, il quale definisce come storico solo il fatto che sia stata approvata per la prima volta un’aliquota minima. Anche per lui, però, il 15% in questione rappresenta un livello insufficiente.
Peraltro, è lo stesso Osservatorio UE a spiegare che ove il livello della tassazione rimanesse al 15%, i Paesi dell’Eurozona ci rimetterebbero almeno 120 miliardi di gettito potenziale, rispetto al 25% che è indicato come il livello ideale di prelievo.
Anche Gabriela Bucher, direttore esecutivo di Oxfam International, boccia la decisione assunta. A suo dire, il G7 aveva la possibilità di mettersi al fianco dei contribuenti e ha invece scelto di appoggiare i paradisi fiscali.
Ma la cosa che suona alla stregua di una beffa, per i lavoratori e i contribuenti normali è, ancora una volta, l’atteggiamento di alcuni Paesi dell’UE che sono veri e propri paradisi fiscali, sottraendo agli altri preziose risorse. Il ministro delle Finanze cipriota Constantinos Petrides, infatti, ha già preannunciato la sua intenzione di porre il veto al Consiglio Ue, spalleggiato prontamente dall’Irlanda. In quella sede, infatti, le decisioni in materia fiscale devono essere prese all’unanimità. E come al solito, alcuni si faranno solo ed esclusivamente i propri interessi, alla faccia dello sbandierato spirito europeo.

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