Il Covid abbatte la produzione di microchip

Tra le tante conseguenze del Covid, c’è anche la caduta della produzione di microchip a livello globale. Ad affermarlo è il Wall Street Journal, secondo il quale la carenza che si registra in tal senso da mesi, inizia a farsi sentire anche sulle tasche dei consumatori finali. Sotto forma di costi più elevati per computer, smartphone e apparecchiature elettroniche.
Una tendenza la quale sembra destinata ad estendersi proprio in considerazione del fatto che molti produttori, in particolare quello automobilistici, hanno annunciato rallentamenti della produzione riconducibili proprio alla mancanza di semiconduttori. Basti pensare che ormai una vettura di ultima generazione ne monta centinaia, con un 35% dei costi di costruzione riconducibili proprio alle componenti elettroniche. Una fame, quella di chip, la quale dovrebbe durare perlomeno sino al 2022 e per cercare di arginare la quale si guarda con speranza alla Cina.
La quale, nei primi cinque mesi dell’anno, ha prodotto 140 miliardi di circuiti integrati facendo registrare un incremento di oltre il 48% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato il quale ha destato paradossamente grande preoccupazione negli Stati Uniti e nei suoi alleati, ovvero gli stessi che ora si trovano in una situazione critica e a leccarsi le ferite derivanti da un fattore che rischia di abbattersi con esiti disastrosi sulla loro economia.
La stessa Cina, però, è ancora lontana dal conseguimento dell’autosufficienza in questo particolare settore. Tanto da spingere alcuni osservatori a ricondurre proprio a questo fattore la politica sempre più aggressiva degli Stati Uniti nei suoi confronti. Cosa accadrebbe, infatti, se la Cina dovesse decidere di non esportarli più?

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