Ogni sabato mattina, nell’ambito della trasmissione televisiva “Vivere Meglio”, in onda su Rete4, rispondiamo ai lettori e alle lettrici che ci scrivono da tutta Italia. L’ultima lettera ricevuta dalla redazione del programma è in linea con l’inchiesta che il nostro quotidiano ha dedicato al tema della violenza sulle donne, spesso perpetuata in ambito familiare, che non può e non deve essere intesa come circoscritta alla violenza fisica: “Le scrivo perché si parla spesso dei soprusi che in altri stati culturalmente arretrati le donne subiscono, fisicamente e moralmente tra le mura di casa e nella società. Io sono italiana, nata e cresciuta in un paese di collina del Nord e sposata da cinque anni con un italiano. La gelosia di mio marito ha raggiunto, dopo il matrimonio, livelli inverosimili al punto che non sono più libera di uscire di casa da sola a piedi. I miei spostamenti sono controllati dalle telecamere che dice di avere installato per proteggere la nostra casa dai ladri e scommetterei di essere controllata anche tramite suoi amici e forse strumenti collegati al telefono.
Non ho necessità particolari e non ho mai frequentato discoteche o luoghi di divertimento serale. Non credo però che si possa vivere in questo modo, anche perché l’atteggiamento di mio marito è diventato, sull’argomento, minaccioso. Ma cosa posso fare? Soprattutto, anche se immagino sia mio diritto farmi valere, ci rendiamo conto di quanto sia difficile all’interno di un rapporto di coppia far venire fuori la questione in termini “legali”? Grazie per lo sfogo. Sono convinta che le donne che vivono oppresse ma non avranno mai l’opportunità di segnalarlo, siano moltissime”.
La pensiamo esattamente come la nostra lettrice, che ovviamente ha più di un motivo per mantenere l’anonimato. E’ proprio per questo che riteniamo importante che alle donne sia fornito il primo strumento per trovare il coraggio di uscire dalla gabbia in cui sono costrette: l’informazione sulle possibilità di tutela. Il marito della telespettatricerischia di essere condannato per il reato di violenza privata previsto dall’art. 610 del codice penale. Lo ha stabilito, per un caso che appare molto simile, la Corte di Cassazione con sentenza n. 31158/2007, confermando la misura cautelare, rivolta al marito e già emessa dal Tribunale del riesame di Lecce, del divieto di dimora nello stesso Comune di residenza della moglie.
Il caso ha riguardato un marito che in diverse occasioni aveva obbligato la moglie a “modificare le proprie abitudini di vita, rinunciando ad uscire a piedi e, comunque, a limitare le proprie uscite, a vivere chiusa in casa, controllando continuamente le immagini provenienti da una telecamera esterna appositamente installata…”.
Secondo i giudici della Suprema Corte il comportamento del marito non era frutto di “attenzioni amorose” come sostenuto dall’indagato, ma era diventato “un sistema di reiterate molestie e minacce tali non solo da costringere la persona offesa a un radicale cambiamento del suo stile di vita, ma a tollerare anche pesanti intrusioni nella sua vita privata e nella sfera della sua riservatezza”.
Si evidenzia in questa sentenza l’attenzione, che auspichiamo sia sempre maggiore, anche nei confronti delle forme di violenza che non si effettuano con le mani o con le armi, ma con la coercizione psicologica, con il controllo e con la limitazione della libertà personale. Con l’approvazione della normativa sugli atti persecutori, definita “stalking” sarà punito chiunque minaccia o molesta in maniera prolungata o ripetuta qualunque persona, in modo tale da provocare ansia, paura, o un fondato timore per l'incolumità propria o dei familiari, o da provocare un cambiamento del proprio stile di vita. La pena sarà la reclusione da sei mesi a quattro anni, che viene aumentata nel caso in cui la molestia provenga dal coniuge o da un familiare. Anche in questo caso, tuttavia, sarà necessaria la querela della parte offesa, tranne casi particolari, ma sarà anche possibile chiedere l’intervento preventivo del questore che potrà intervenire con un’ammonizione. Qualora il comportamento dell’ammonito non cambi, le pene nei suoi confronti saranno aumentate. La nostra lettrice dovrà trovare il coraggio di dire “stop”. Attendere spesso significa non cambiare mai oppure, nei casi più sfortunati o gravi, arrivare troppo tardi rispetto al rischio dell’incolumità personale. In ogni caso le sarà utile, anche solo per maturare la decisione con più elementi a disposizione, rivolgersi ad un avvocato penalista: lo faccia magari accompagnata da un’amica, che all’occorrenza e nel caso di controllo potrà riferire a suo marito di essere stata la reale beneficiaria del colloquio. Individui un centro antiviolenza nella sua provincia di residenza e per qualsiasi informazione telefoni semplicemente al servizio antiviolenza che il Ministero delle Pari opportunità ha attivato su tutto il territorio italiano: il numero è il 1522. Non è necessario alcun prefisso, è raggiungibile anche con un telefono cellulare ed è attivo 24 ore si 24.
Abbiamo risposto alla nostra lettrice anche nel corso del programma televisivo: