Le domande dei cittadini
Inserita il 2009-06-03 - categoria Scuola

Voglio segnalarvi l'indifferenza da parte del comune per l'abbattimento delle barriere architettoniche della scuola media del mio comune. E' vergognoso che in una società  civile si ripeta puntualmente l'assenza da parte delle autorità  verso i diversamente abili. Aiutateci a far si che i nostri diritti non vengano calpestati da alcune persone di potere insensibili.

Nonostante la normativa esistente in materia di barriere architettoniche contenga obblighi ben precisi rivolti sia alle istituzioni che a tutti coloro che operano in questo campo, è frequente leggere di situazioni simili alla Sua, soprattutto in edifici pubblici, quali scuole ed ospedali: il che, quindi, è ancora peggio. Non mi dilungherà nella esposizione della copiosa normativa che regola la materia, anche perchè si tratta, per lo pià, di norme tecniche difficilmente comprensibili, ma Le segnalo sin da ora che un primo passo potrebbe essere quello di fare ricorso al Difensore Civico, che in sede di indagini ha la possibilita'  di accedere agli atti interni della Pubblica Amministrazione e individuare le inadempienze compiute ed eventualmente di sollecitare un intervento in grado di rimuovere siffatte barriere. Se ciò non bastasse potrebbe scrivere direttamente al Sindaco, facendo riferimento alla Legge n. 241/90, legge sulla trasparenza degli atti, obbligandolo pertanto ad una risposta certa, che potrà  eventualmente essere utilizzata in altra sede, ad esempio, giudiziale. Quest'ultima infatti, costituisce, senz'altro, il modo migliore non solo per punire i responsabili della permanenza della barriere architettoniche, ma, soprattutto, per condannare costoro all'eliminazione delle stesse. Chiaramente in questo caso l'unica cosa da fare è rivolgersi ad un avvocato esperto in materia, al fine di chiedere l'intervento delle Autorità  per la rimozione delle barriere e la realizzazione di una scuola davvero accessibile a tutti. Poichè il diritto all'istruzione è un diritto costituzionale che dovrebbe essere garantito a tutti in egual modo, Le consiglio vivamente di non escludere il ricorso alle vie giudiziali, quantomeno quale ultima strada, anche allo scopo di valutare un possibile risarcimento del danno sino ad oggi patito e causato dall'inadempienza delle istituzioni. Da ultimo, Le consiglio di visitare il sito www.disabili.com all'interno del quale potrà  trovare ulteriori, validi consigli per la Sua situazione.

Inserita il 2008-11-11 - categoria Scuola
Io vorrei far riconoscere la mia laurea inglese in italia. Mi suggerite a chi posso riferirmi per aver un aiuto. FINO AD OGGI gli atenei non mi han dato gran aiuto.
Generalmente le lauree conseguite all'estero in Italia non vengono riconosciute, se non in alcuni casi. Ad esempio, quando trattasi di lauree scientifiche è possibile il riconoscimento attraverso un esame integrativo in Italia. In ogni caso la decisione relativa al riconoscimento o meno in Italia di una laurea presa all'estero compete ai singoli atenei. Occorre presentare una apposita domanda di riconoscimento, munita di documentazione attestante l'effettivo conseguimento del titolo accademico straniero, presso l'Universita' italiana dove si vorrebbe ottenere il riconoscimento. Ricordo che la procedura differisce da ateneo ad ateneo, cosi' come i termini di presentazione della domanda.
Inserita il 2008-10-22 - categoria Scuola
MIA FIGLIA CHE SI E' DIPLOMATA QUEST'ANNO CON 90/100 AVEVA UN SOGNO SIN DA PICCOLA ED ERA QUELLO DI FARE IL MEDICO, COSI' COME TANTI ALTRI RAGAZZI, MA QUESTO SISTEMA BALORDO DI SELEZIONE TRAMITE TEST NON LE HA PERMESSO PER QUEST'ANNO DI REALIZZARLO O PER LOMENO DI PROVARE A REALIZZARLO. QUESTO METODO DI LIMITAZIONI DELL'ACCESSO A CERTE FACOLTA' CHE LIMITA PESANTEMENTE IL DIRITTO ALLO STUDIO, SANCITO ANCHE DALLA COSTITUZIONE OLTRE CHE DAL RISPETTO DELLA LIBERTA' DEI CITTADINI DI CUI DOVREBBE FREGIARSI UNO STATO CHE SI DEFINISCE CIVILE E DEMOCRATICO , NON E' CERTO GARANZIA DI QUALITA' DEL RISULTATO CHE VORREBBE VEDERE ISCRITTI A DETERMINATI CORSI DI LAUREA SOLO I MIGLIORI MA CHE DI FATTO E' MOLTO SIMILE AD UN "GRATTA E VINCI" O ALL'ESTRAZIONE DI UN NUMERO DA UN BUSSOLOTTO (CHE FORSE SAREBBE PIU' SERIO) E CHE CONTINUA A TARPARE LE ALI A MIGLIAIA DI GIOVANI CHE SI VEDONO COSTRETTI A SNATURARE LE PROPRIE SCELTE UNIVERSITARIE E DI VITA. LA SELEZIONE DOVREBBE AVVENIRE, COSI' COME SUCCEDEVA IN MOLTI CORSI DI LAUREA ANCHE PRIMA DEL FATIDICO 1999 (ANNO DI INTRODUZIONE DEI TEST DI AMMISSIONE ), CON ESAMI SERI E CMQ SIA C'ERA E C'E' TANTA GENTE CHE SI PERDE PER STRADA NONOSTANTE UN RISULTATO BRILLANTE DEI TEST. COSI' OGNI ANNO MIGLIAIA DI RAGAZZI E RAGAZZE DI GENITORI SI RITROVANO A SOBBARCARSI DI UNA SERIE DI DISAGI FISICI ED ECONOMICI PER POTER FARE TENTARE LA FORTUNA AI PROPRI FIGLI IN NOME DI COSA?! SAREBBE PIU' GIUSTO ISTITUIRE UN CORSO DI SCUOLA SECONDARIA SUPERIORE QUINQUENNALE CHE PREPARI SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AI TEST DI QUALSISIASI TIPO CONSIDERANDO ANCHE CHE ORMAI IL DIPLOMA DI QUALSIASI TIPO NON SERVE PIU' A NESSUNO E CHE I TEST RIDUCONO LA CULTURA E LA PREPARAZIONE PERSONALE AL PEGGIORE NOZIONISMO. E' ORA CHE SI FACCIA QUALCOSA E CHE SI PREMA SUI GOVERNI DI TURNO PER PORRE FINE A QUESTO SCEMPIO , IO NEL MIO PICCOLO CI STO PROVANDO ANCHE CON QUESTA LETTERA E PERCIO' VI PREGHEREI DI DARE A TUTTI NOI UN AIUTO IN TALE SENSO.
La Sua denuncia è pienamente condivisibile. Una notizia confortante però c'è: recentemente gli studenti di diverse Università (Parma, Aquila, Pavia, Roma) hanno presentato ricorso con il numero chiuso, riuscendo ad ottenere giustizia. Si tratta di una vittoria importantissima, ottenuta dimostrando come l'istituzione del numero chiuso non sia supportata da alcun presupposto normativo, dettata dalla valutazione delle università in contrato con la stessa normativa europea e con i principi della nostra Carta costituzionale.
Inserita il 2008-09-01 - categoria Scuola

Uno studente bocciato a seguito di un incidente stradale ha diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla perdita dell'anno scolastico?

La risposta è affermativa. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 3949/2007 annullando con rinvio una sentenza della Corte d'Appello di Sassari che aveva negato ad una studentessa il risarcimento dei danni derivanti dalla perdita dell'anno scolastico motivando che "non sussistono elementi per calcolare una diminuzione reale della specifica capacità di guadagno, che all'epoca l'infortunata non possedeva"; secondo la Cassazione l'affermazione dei giudici della Corte d'Appello "non solo è viziata da difetto di motivazione ma, soprattutto, contrasta con il principio ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui il danno patrimoniale da lucro cessante, per un soggetto privo di reddito e a cui siano residuati postumi permanenti in conseguenza di un fatto illecito altrui, configura un danno futuro, da valutare con criteri probabilistici, in via presuntiva e con equo apprezzamento del caso concreto" e pertanto - continua la Cassazione - "se occorre valutare il lucro cessante di un minore menomato permanentemente, la liquidazione del risarcimento del danno va svolta sulla previsione della sua futura attività lavorativa, in base agli studi compiuti o alle sue inclinazioni, rapportati alla posizione economico-sociale della famiglia, oppure (nel caso in cui quella previsione non possa essere formulata) adottando come parametro di riferimento quello di uno dei genitori, presumendo che il figlio eserciterà la medesima professione del genitore".
In conclusione, la Cassazione ha stabilito che "la sentenza (di appello) va cassata sul punto ed il giudice, adeguandosi al principio di diritto sopra enunciato, dovrà procedere all'accertamento ed alla eventuale liquidazione del risarcimento del danno da mancato guadagno subito dalla vittima, tenendo conto che, benché non sia configurabile un danno da lucro cessante specificamente rapportabile al ritardo nel conseguimento del titolo di studio, di questa circostanza può essere eventualmente tenuto conto nella misura in cui quel ritardo stesso allunga i tempi per svolgere la probabile attività lavorativa (produttiva di reddito) per il cui esercizio il titolo di studio è necessario".

Inserita il 2008-07-07 - categoria Scuola

Sono una mamma di una ragazza che ha frequentato il secondo anno di un liceo linguistico statale. In quest'ultimo anno scolastico si è presentato un problema che ha interessato non solo mia figlia e i suoi compagni ma anche tutti gli altri studenti aventi una stessa insegnante di scienze (scienze della terra, biologia, chimica.). Io ho parlato con vari insegnanti della stessa sede, suoi colleghi, e di altre scuole e sono venuta a conoscenza che tale materia (così come altre!) è prevista solo ORALE. Ebbene, durante tutto l'anno scolastico non c'è mai stata una sola interrogazione orale nonostante sia stata richiesta più volte dagli alunni stessi e dai rappresentanti di classe dei genitori e invitata a farlo dai suoi stessi colleghi e superiori. Durante i due quadrimestri ci sono sempre state molte insufficienze anche a causa dell'esagerata pignoleria e conoscenza richiesta durante i compiti in classe, la cui durata prevista è di 50 minuti (se non meno!), come nel caso di molte altre materie (storia, geografia, diritto o matematica). Sempre durante detti compiti in classe i ragazzi si sentono, ad esempio, dire dall'insegnante "Adesso dovreste già essere all'inizio della 3." quando magari stanno ancora terminando la risposta alla prima domanda o hanno da poco iniziato la seconda. Verso la fine dell'anno scolastico i ragazzi insufficienti erano molti e naturalmente hanno chiesto per l'ennesima volta un'interrogazione orale. Per il penultimo giorno di scuola detta insegnate ha deciso di dare un'ultima possibilità di recupero, nel modo in cui il ragazzo avrebbe meglio preferito (per iscritto o oralmente). C'è da dire che non solo il recupero è avvenuto esclusivamente tramite compito scritto (ovviamente la scelta è stata dell'insegnante) ma per di più è stato annunciato soltanto il giorno prima di essere eseguito! In un intero anno scolastico tale docente ha fatto svolgere agli alunni tre compiti scritti durante il primo quadrimestre e tre nel secondo. Per di più, in nove mesi di scuola, quest'insegnante non ha completato il programma previsto per la seconda, assegnando un intero argomento (Mendel) ai ragazzi per l'estate perché lo riassumano e lo studino da sè. Tale studio verrà poi verificato durante la seconda settimana di scuola con un compito scritto. I ragazzi, preoccupati, alla loro domanda "Prof se non capiamo niente ce lo spiega tutto?" si sono sentiti rispondere in modo totalmente negativo, dicendo che se lo possono sognare quell'argomento spiegato per intero. Va precisato che il programma non è stato completato non per pigrizia del docente ma per delle sue assenze (circa due settimane, l'equivalente di 3 ore per classe a settimana) dovute all'impegno preso nell'insegnamento in un'Università. Come se non bastasse, quest'insegnante è mal sopportata anche dai suoi stessi colleghi per il linguaggio assai scurrile che utilizza abitudinariamente nell'esprimersi. Nel frattempo ho cercato di informarmi se è possibile fare qualcosa di concreto riguardo questo modo di fare senza che ci siano ritorsioni nei confronti degli alunni, ma non ho mai avuto risposte soddisfacenti ed esaurienti, perciò mi rivolgo a lei per sapere se c'è qualcosa di preciso, ovvero "nero su bianco" nei riguardi delle materie previste solo orali, se realmente si debbano fare interrogazioni anche se integrate da verifiche scritte (più o meno valide per l'orale). Quest'anno ho visto che con le buone maniere non si è ottenuto nulla. I ragazzi inoltre confrontandosi e spiegando il problema ad altri studenti della stessa sede, con un'insegnante diversa, hanno scoperto una grande differenza sia nel metodo di insegnamento che nelle conoscenze richieste, in poche parole non hanno alcuno dei problemi che ho esposto. Colgo l'occasione per chiederle se c'è qualcosa di preciso anche sull'assegnazione dei compiti a casa, perché sia io che altri genitori (sentite le lamentele continue dei ragazzi) ci siamo interessati e abbiamo, con sorpresa, constatato che c'è molta differenza fra le varie sezioni all'interno dello stesso istituto: quindi spesso i ragazzi hanno ragione a lamentarsi e a ribadire che in un pomeriggio le ore a disposizione sono sempre le stesse, tenendo presente che quasi ogni ragazzo pranza intorno alle 14. Mia figlia non ha problemi a livello scolastico e anche quest'anno è stata promossa con buoni voti, ma sia lei che i suoi compagni quest'anno si ritrovavano a terminare lo studio anche alle 22 e raramente alle 19, quando dovrebbe invece essere il contrario! Le mie richieste le sembreranno anche strane in un clima di lamentele verso gli insegnanti e la scuola italiana ma è opportuno aggiungere che nel liceo di mia figlia non c'è bullismo e, anzi, la serietà è fin troppa, con insegnanti definiti "bacati" dai ragazzi! Ma perché c'è così tanta differenza nell'assegnazione dei compiti a casa durante l'anno scolastico e per le vacanze estive?

Se la materia di scienze debba essere solo orale è quesito da rivolgere direttamente al Preside del Liceo frequentato da Sua figlia. Consiglio di presentare un esposto scritto, firmato anche da altri genitori, al Provveditorato agli Studi di Treviso, autorità gerarchicamente superiore deputata al dovuto controllo del comportamento professionale degli insegnanti operanti nel comune. Le critiche all'insegnante (perchè non interroga oralmente, perchè utilizza un linguaggio scurrile, perchè assegna troppi compiti durante l'anno scolastico e per le vacanze estive) possono essere tranquillamente segnalate per iscritto al Provveditorato agli Studi e per conoscenza al Preside del Liceo, senza rischiare di incorrere nel reato di diffamazione. Infatti, come ha spiegato recentemente la Cassazione, risolvendo un caso analogo a quello da Lei prospettato, "in tema di diffamazione è da escludere che sussiste il necessario requisito della divulgazione dell'offesa allorchè si presenti un reclamo contro una determinata persona, affinchè siano presi provvedimenti contro di essa, dirigendolo personalmente al titolare dell'uffico o al preposto competente, salvo che esso risulti destinato, obiettivamente e nelle intenzioni dei preponenti, ad essere riferito o comunicato ad altri". In pratica, i genitori possono criticare i metodi degli inseganti ritenuti non corretti, ma le critiche devono essere rivolte alle autorità gerarchicamente superiori (per non incorrere nel reato di diffamazione).

Inserita il 2008-06-12 - categoria Scuola

Sono sanzionabili i genitori che omettono di far impartire al figlio minorenne l'istruzione oltre la scuola media?

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, con sentenza n. 8665/2007, ha risposto negativamente, confermando l'assoluzione pronunciata dal Giudice di Pace di Agrigento nei confronti dei genitori del figlio minorenne al quale avevano omesso di far impartire l'istruzione obbligatoria dopo le medie.
La Corte di Cassazione, respingendo il ricorso presentato dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Palermo, ha chiaramente spiegato che, anche se la legge n. 53 del 2003 (meglio nota come "legge Moratti") ha esplicitato l'intenzione di introdurre sanzioni per l'inosservanza dell'obbligo di istruzione oltre la scuola media ("è assicurato a tutti il diritto alla istruzione ed alla formazione per almeno dodici anni e, comunque, sino al conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età"), ha poi omesso di fare "ulteriori specificazioni"; secondo la Corte si tratta comunque di "lacuna giustificabile in quanto il diritto in oggetto, al momento della promulgazione della legge delega L. 53/2003, non era perfetto in carenza della emanazione dei decreti legislativi di attuazione (che nulla disciplinano sul tema)".

Inserita il 2008-04-04 - categoria Scuola
I genitori sono colpevoli se il figlio rifiuta di frequentare la scuola dell'obbligo?
No, i genitori non sono responsabili se i figli minorenni rifiutano di frequentare la scuola dell'obbligo; è quanto ha stabilito la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione con sentenza del 2006, annullando con rinvio la condanna - per violazione dell'art. 731 del codice penale - a 25 euro inflitta dal Giudice di Pace di Reggio Emilia ad una coppia per avere, senza giustificato motivo, omesso di fare impartire alla figlia minorenne l'istruzione della scuola media.
Secondo la Suprema Corte, il Giudice di Pace ha disatteso la giurisprudenza della Corte stessa sul punto, secondo la quale "deve invece ammettersi che la volontà del minore, contraria a ricevere l'istruzione obbligatoria, costituisca giustificato motivo idoneo ad escludere l'antigiuridicità contravvenzionale di cui all'art. 731 c.p. ascritta al genitore, sempre che si tratti di rifiuto categorico ed assoluto, cosciente e volontario, dell'obbligo, e che il rifiuto permanga dopo che i genitori abbiano usato ogni argomento persuasivo ed ogni altro espediente educativo di cui siano capaci secondo il proprio livello socio-economico e culturale ed abbiano fatto ricorso, se le circostanze ambientali lo consentano, agli organi di assistenza sociale".
Inserita il 2007-12-08 - categoria Scuola
Se un alunno si fa male per colpa sua durante una partita di calcio giocata a scuola, quest'ultima è tenuta a risarcire i danni?
No. Lo ha stabilito la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con sentenza n. 1197/2007, respingendo la domanda risarcitoria presentata dai genitori di un ragazzo - all'epoca dei fatti minorenne - che, durante la lezione di educazione fisica nella palestra della scuola, era caduto in terra, riportando la frattura dell'avambraccio destro.
La difesa aveva sostenuto in particolare:
- che il gioco del calcio non fa parte dei programmi scolastici relativi all'insegnamento dell'educazione fisica agli studenti di scuola media;
- che detto sport è particolarmente violento;
- che i genitori avrebbero dovuto prestare il loro consenso a che il figlio si cimentasse in quello sport o in qualunque altro.
Ebbene, la Corte di Cassazione ha, invece, affermato che la disciplina del gioco del calcio "è normalmente praticata nelle scuole di tutti i livelli come attività di agonismo non programmatico finalizzato a dare esecuzione a un determinato esercizio fisico", evidenziando che appare fuori luogo ogni riferimento (invocato dagli appellanti) alla previsione di cui all'art. 2050 c.c. (responsabilità per l'esercizio di attività pericolose); infine, nel caso di specie, la Corte ha sottolineato che "l'infortunio è stato conseguenza di un fatto accidentale ascrivibile a un suo (del minore) errore nel controllare il possesso del pallone in un frangente del gioco in cui, senza che vi fosse contrasto con altro giocatore, era inciampato sul pallone stesso e nel cadere aveva appoggiato a terra la mano sinistra, procurandosi la frattura dell'avambraccio sinistro".
Inserita il 2007-11-28 - categoria Scuola

I genitori possono criticare i metodi degli insegnanti ritenuti non corretti?

La Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale, con sentenza n. 11154/2006, ha risposto affermativamente, confermando la sentenza che aveva assolto alcuni genitori di una scuola di Sassari dal reato, loro ascritto, di diffamazione. I genitori in questione avevano presentato un esposto al Provveditorato agli Studi di Sassari, in cui si censurava il comportamento professionale dell'insegnante affermandosi che, nel corso dell'anno scolastico, la docente non aveva fornito il necessario supporto didattico, aveva contribuito a creare negli studenti problemi di natura psicologica a causa degli atteggiamenti arroganti tenuti e aveva talvolta sostituito le interrogazioni con prove scritte, del cui esito gli alunni erano stati informati solo in occasionali colloqui; l'insegnante aveva considerato le affermazioni contenute nell'esposto lesive della propria reputazione.
La Corte di Cassazione, dopo avere chiarito che l'esposto non aveva capacità diffamatoria in quanto presentato solo ed esclusivamente all'autorità gerarchicamente superiore deputata al dovuto controllo, ha ricordato che, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte stessa, "in tema di diffamazione è da escludere che sussiste il necessario requisito della divulgazione dell'offesa allorché si presenti un reclamo contro una determinata persona, affinché siano presi provvedimenti contro di essa, dirigendolo personalmente al titolare dell'ufficio o al preposto competente, salvo che esso risulti destinato, obiettivamente e nelle intenzioni dei preponenti, ad essere riferito o comunicato ad altri".

Inserita il 2007-11-18 - categoria Scuola
Gli studenti possono utilizzare il cellulare a scuola durante le lezioni?
La risposta è negativa. Infatti, il divieto di utilizzare telefoni cellulari e altri dispositivi elettronici durante l'attività didattica è stato sancito dal Ministro della Pubblica Istruzione Fioroni con direttiva emanata il 15 marzo 2007.
Nel provvedimento si evidenzia che "l'uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici rappresenta un elemento di distrazione sia per chi lo usa che per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente, configurando, pertanto, un'infrazione disciplinare sanzionabile attraverso provvedimenti orientati non solo a prevenire e scoraggiare tali comportamenti ma anche, secondo una logica educativa propria dell'istituzione scolastica, a stimolare nello studente la consapevolezza del disvalore dei medesimi"; quindi, la direttiva avverte che la violazione del dovere di non utilizzare il telefono cellulare, o altri dispositivi elettronici, durante le lezioni, "comporta l'irrogazione delle sanzioni disciplinari appositamente individuate da ciascuna istituzione scolastica nell'ambito della sua autonomia, in sede di regolamentazione d'istituto; è dunque necessario che nei regolamenti di istituto siano previste adeguate sanzioni secondo il criterio di proporzionalità, ivi compresa quella del ritiro temporaneo del telefono cellulare durante le ore di lezione, in caso di uso scorretto dello stesso".
Sempre con riferimento all'applicazione delle sanzioni disciplinari nei confronti degli studenti, nella direttiva si sottolinea che il Ministero ha avviato una procedura di revisione del sistema sanzionatorio "allo scopo di consentire da un lato la semplificazione e lo snellimento delle procedure di irrogazione e di impugnazione delle sanzioni disciplinari e, dall'altro, la possibile applicazione di sanzioni particolarmente incisive", come "l'esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all'esame di Stato conclusivo del corso di studi".
Nonostante il divieto di utilizzo dei cellulari, si precisa nella direttiva: "resta fermo che, anche durante lo svolgimento delle attività didattiche, eventuali esigenze di comunicazione tra gli studenti e le famiglie, dettate da ragioni di particolare urgenza o gravità, potranno sempre essere soddisfatte, previa autorizzazione del docente; la scuola continuerà, in ogni caso, a garantire, come è sempre avvenuto, la possibilità di una comunicazione reciproca tra le famiglie ed i propri figli, per gravi ed urgenti motivi, mediante gli uffici di presidenza e di segreteria amministrativa".
Nella direttiva viene anche precisato che "il divieto di utilizzare telefoni cellulari durante lo svolgimento di attività di insegnamento-apprendimento, del resto, opera anche nei confronti del personale docente, in considerazione dei doveri derivanti dal CCNL vigente e dalla necessità di assicurare all'interno della comunità scolastica le migliori condizioni per uno svolgimento sereno ed efficace delle attività didattiche, unitamente all'esigenza educativa di offrire ai discenti un modello di riferimento esemplare da parte degli adulti".
Inserita il 2007-11-09 - categoria Scuola

Che cos’è e come va combattuto il fenomeno del “bullismo” a scuola?

Il Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, ha dettato nella direttiva n. 16 del 5 febbraio 2007 le "linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo", spiegando, innanzitutto, che "il termine italiano bullismo è la traduzione letterale di bullying, parola inglese comunemente usata nella letteratura internazionale per caratterizzare il fenomeno delle prepotenze tra pari in contesto di gruppo. Il bullismo si configura come un fenomeno dinamico, multidimensionale e relazionale che riguarda non solo l'intenzione del prevaricatore con la vittima, che assume atteggiamenti di rassegnazione, ma tutti gli appartenenti allo stesso gruppo con ruoli diversi. Il comportamento del bullo è un tipo di azione continuativa e persistente che mira deliberatamente a far del male o danneggiare qualcuno. La modalità diretta si manifesta in prepotenze fisiche/e o verbali. La forma indiretta di prevaricazione riguarda una serie di dicerie sul conto della vittima, l'esclusione dal gruppo dei pari, l'isolamento, la diffusione di calunnie e di pettegolezzi e altre modalità definite di cyberbullying inteso quest'ultimo come particolare tipo di aggressività intenzionale agita attraverso forme elettroniche".
Per quanto riguarda l'applicazione delle sanzioni disciplinari, la direttiva chiarisce che "l'entrata in vigore dello Statuto delle Studentesse e degli Studenti, il D.P.R. 24 giugno 1998, n. 249, ha consentito di superare un modello sanzionatorio di natura esclusivamente repressiva-punitiva, quale era delineato dal previgente Regio Decreto n. 653 del 1925, introducendo un nuovo sistema ispirato al principio educativo in base al quale il provvedimento disciplinare verso il discente deve prevedere anche comportamenti attivi di natura riparatoria-risarcitoria. In altre parole, si afferma il principio innovativo per cui la sanzione irrogata, anziché orientarsi ad espellere lo studente dalla scuola, deve tendere sempre verso una responsabilizzazione del discente all'interno della comunità di cui è parte. In base ai principi sanciti dallo Statuto, e tradotti nella realtà scolastica autonoma dal regolamento di istituto, si deve puntare a condurre colui che ha violato i propri doveri non solo ad assumere consapevolezza del disvalore sociale della propria condotta contra legem, ma anche a porre in essere dei comportamenti volti a riparare il danno arrecato".
La direttiva, in particolare, delinea un piano strategico di lotta al bullismo, da attuarsi a tutti i livelli, vale a dire:
- a livello nazionale, attraverso la realizzazione di una campagna di comunicazione e di informazione rivolta agli studenti, ai docenti e alle famiglie che preveda azioni mirate per ogni ordine e grado di scuola nel rispetto delle caratteristiche che differenziano il percorso evolutivo degli studenti; la campagna di informazione deve essere finalizzata ad una più forte sensibilizzazione nei confronti del fenomeno del bullismo e a trasmettere messaggi di esplicita non accettazione delle prepotenze tra studenti;
- a livello della scuola dell'infanzia e della scuola primaria, valorizzando la comunicazione interpersonale e costruendo contesti di ascolto non giudicanti e momenti di dialogo;
- a livello della scuola secondaria di primo e secondo grado, promuovendo campagne informative e di formazione in servizio e aggiornamento a livello nazionale, regionale e locale, favorendo il protagonismo delle singole istituzioni scolastiche; specifiche iniziative saranno inoltre realizzate per studenti e genitori in collaborazione con le loro rappresentanze.
La direttiva fa, inoltre, presente che, presso ciascun Ufficio scolastico regionale, sono istituiti degli osservatori regionali permanenti sul fenomeno del bullismo mediante appositi fondi assegnati dal Ministero della Pubblica Istruzione; tali osservatori garantiranno sia una rivelazione e un monitoraggio costante del fenomeno sia il supporto alle attività promosse dalle istituzioni scolastiche singolarmente e/o in collaborazione con altre strutture operanti nel territorio; garantiranno, inoltre, il collegamento con le diverse istituzioni che a livello nazionale si occupano di educazione alla legalità.
Altra importante iniziativa evidenziata nella direttiva è l'attivazione, presso la sede del Ministero della Pubblica Istruzione, di un numero verde nazionale (800669696), attivo dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19, a cui poter segnalare casi, chiedere informazioni generali sul fenomeno e su come comportarsi in situazioni critiche, nonché ricevere sostegno.

Inserita il 2007-05-10 - categoria Scuola

Volevo fare presente la situazione dei laureati in scienze dell'educazione con il titolo di educatore professionale in Italia (ed io sono uno di questi), che sono stati presi in giro inquanto si ritrovano con un titolo non spendibile sul mercato del lavoro, a causa della confusione nel campo della formazione di questa figura professionale, di cui solo noi ex studenti stiamo pagando le spese e nessuno si sta assumendo le proprie responsabilità (Università, Regione, Sindacati, Aziende Sanitarie Locali). Descriverò la realtà di Ravenna perchè è quella che conosco, ma questo sta succedendo anche in molte altre città d'Italia, in quanto tendenza ora non è più quella di utilizzare personale fornito da coop.ve convenzionate con le Ausl, ma è quella di fare i concorsi per l'assunzione diretta di questo personale. L'Ausl di Ravenna, facendo seguito alla sua intenzione di assumere educatori anziché utilizzare gli operatori forniti dalle Cooperative sociali che lavorano attualmente presso i servizi dell'Ausl, ha bandito un concorso pubblico per titoli ed esami per l'assunzione a tempo indeterminato di n. 30 educatori professionali. Il problema è che noi laureati in scienze dell'educazione che abbiamo il titolo di educatore professionale siamo esclusi dalla partecipazione al concorso, in base alla normativa concorsuale, in quanto la nostra laurea non è tra i titoli richiesti dal bando. (Noi comunque abbiamo fatto ricorso al TAR e stiamo aspettando che si esprima). Il bando di concorso, in base alla normativa vigente, accetta diversi titoli di educatore conseguiti in diversi modi e l'unico non ammesso è il nostro, in seguito al Decreto Interministeriale 2 aprile 2001 che riclassifica le lauree universitarie e ha inserito la nostra nella classe 18, mentre è stata costruita la classe 2 per le professioni sanitarie in cui la nostra non è stata inserita. Questo perché è stato attivato un corso di laurea di scienze dell'educazione all'interno della facoltà di medicina e chirurgia che è stato ritenuto più adatto a lavorare nella Sanità. Ci sono quindi due corsi di laurea diversi per poter svolgere il ruolo di educatore professionale, ma solo uno permette di lavorare alle Ausl, ma questo corso non esisteva ancora nel lontano 1995 quando noi ci siamo iscritti al nostro, prima della riforma universitaria e rappresentava l'unica offerta formativa per poter fare l'educatore in quel momento. Infatti ci era stata prospettata la possibilità di lavorare nei servizi sociali e sanitari (quindi è solo dal 2001 che si è fatta questa distinzione fra sociale e sanitario secondo cui i laureati presso la facoltà di medicina possono lavorare nel settore sanitario mentre quelli della facoltà di scienze della formazione nel settore sociale). Molti di noi, infatti, hanno svolto il loro periodo di tirocinio presso le strutture sanitarie delle Ausl e lavorano tuttora nei servizi delle Ausl come dipendenti di cooperative che hanno una convenzione con l'Ausl, ma ora non possono partecipare al consorso! Quindi, si sono manifestati una serie di atti e di comportamenti contradditori che hanno poi determinato una disparità di trattamento tra coloro che hanno conseguito lo stesso titolo attraverso percorsi formativi diversi e un'ingiustizia manifesta nei nostri confronti (gli unici penalizzati siamo noi, solo noi paghiamo lo scotto di un grande caos che ci è stato per tantissimi anni sulla questione della formazione dell'educatore professionale). E comunque la transizione formativa doveva essere gestita in modo da tenere conto delle persone che si erano laureate o si stavano laureando nel corso di laurea precedente a quello della facoltà di medicina e cioè quello della facoltà di scienze della formazione. Da questa esclusione consegue che chi ha conseguito la nostra laurea si ritrova nella realtà con un titolo non spendibile sul mercato del lavoro se non all'interno della cooperative sociali (con contratti precari e fortemente svantaggiati sul piano economico). Infatti, noi ora che lavoriamo nei servizi delle Ausl da diversi anni come educatori dipendenti di coop.ve, ci ritroveremo presto senza lavoro, in quanto ora le Ausl non hanno più intenzione di rinnovare le convenzioni con le coop.ve ma di assumere direttamente gli educatori tramite concorso e noi non possiamo partecipare! Abbiamo pensato di rivolgerci a voi, sperando in un vostro aiuto, in quanto siamo stati inascoltati sia dai sindacati che si dovrebbero occupare di questo problema che dalla Regione Emilia Romagna che non ci ha neanche voluto incontrare, nonostante le nostre numerose richieste!

Ritengo che bene abbiate fatto a presentare ricorso innanzi al TAR, ma consiglio di continuare a combattere la Vostra battaglia in quanto il problema da Voi esposto risulta grave e meritevole di attenzione; potreste insitere a fare sentire la Vostra voce - argomentando in modo così convincente come risulta dalla lettera inviata alla nostra attenzione - coivolgendo il maggior numero di laureati afflitti dallo stesso problema nella sottoscrizione di esposti da presentare alle Ausl - eventualmente anche richiedendo l'appoggio delle cooperative convenzionate con le Ausl presso le quali alcuni di Voi lavorano - ai Sindacati, alla Regione e all'Università.

Inserita il 2007-03-29 - categoria Scuola

Vivo in un paese nella provincia di Milano con 2 scuole materne statali ed 1comunale. Ad oggi non sappiamo ancora quali bambini verranno accettati alla scuola materna.....pare ci sia un esubero e stanno facendo una graduatoria. Vorrei sapere se è un mio diritto avere un posto per la scuola materna o meno. Possono chiederci di fare una graduatoria tra i cui parametri c'è anche il reddito ISE? E nel caso di rifiuto.....a chi ci si può rivolgere?

Diversi sono i criteri di ammissione alle scuole materne, sia statali che comunali. La dichiarazione ISEE (strumento per la misurazione della ricchezza posseduta dalle famiglie al fine di accedere ai servizi ed ai contributi dello stato sociale) non sempre è obbligatoria, ma può comunque risultare determinante per l'applicazione del punteggio ai fini della graduatoria. Qualora la domanda di iscrizione non venisse accolta, non resta che rivolgersi a scuole materne gestite da privati, le cui rette non saranno, però, certamente a buon mercato!