Le domande dei cittadini
Inserita il 2009-01-26 - categoria Sanità
Sono il padre di Daniele, un bimbo di 11 anni affetto da una malattia celebrale sconosciuta (al momento si conosce solo che fa parte delle leucodistrofie, ma che si tratta di una forma sconosciuta), inutile dire quanti tentativi e quante indagini fatte in diversi centri di ricerca in Italia da quando Daniele aveva 8 mesi, senza risultati sodisfacenti. Da 4 anni, nonostante continuo a lavorare a Napoli, ho dovuto spostare la mia famiglia in provincia di Firenze, dove ero riuscito almeno ad avere per mio figlio un'assistenza ASL migliore, (assistenza scolastica e domiciliare, fisioterapia, logopedia è accompagnamento tramite associazioni di volontariato), parlo al passato perchè la soluzione è stata efficace solo per i primi 2 anni, poi purtroppo le cose sono cambiate, le terapie venivano eseguite solo per tempi limitati, fino al punto di diventare una rarità, (viene valutato da una fisioterapista ogni 5/6 mesi, la quale puntualmente conferma che non c'è bisogno di riprendere le terapie). Della stessa idea è anche la dottoressa responsabile della neuropsichiatria la quale afferma che il tempo che Daniele "perde" nel fare terapia, può usarlo meglio in giochi e socializzazione, quindi ad oggi ci resta solo l'assistenza scolastica ed il servizio di accompagnamento effettuato da una associazione di volontariato. Qualche anno fà abbiamo contattato un centro a Monaco di Baviera è dopo essere stati autorizzati dal responsabile ASL del distretto dove mio figlio è residente, abbiamo eseguito in 2 anni, una serie di ricoveri, sempre autorizzati dalla nostra ASL, nei quali è stata praticata una terapia che ha dato risultati efficaci sul profilo motorio, risultati provati dal fatto che mio figlio è portatore di pompa al xxxx, è nel periodo di trattamento la quantità di farmaco somministrata è stata ridotta notevolmente come si evince dalla documentazione dell' ospedale di Milano dove Daniele è seguito per l'impianto pompa. Lo scorso agosto l'ASL non ha voluto autorizzarci il ricovero presso il centro estero dicendoci che non possono autorizzare cure all'estero se queste possono essere fatte in Italia, asserendo che a Roma esiste un centro per il trattamento VOITA, e che comunque tale prescrizione deve essere corredata da una relazione di un medico del reparto di neuropsichiatria infantile dell'ospedale xxx di Firenze. Dopo essere stati al suddetto reparto, è sottoposto Daniele alla valutazione di alcuni medici, ci hanno risposto che Daniele ha solo bisogno di riprendare il percorso terapeutico che eseguiva in passato, è che il VOITA non è idoneo alla patologia di Daniele, confermandoci che non possono autorizzarci alle cure estere. Il centro di Monaco ci ha relazionato per iscritto che il centro di Roma è solo un ambulatorio dove eseguire le terapie Voita prescritte da strutture autorizzate, strutture che in italia non esistono in quanto i medici Italiani non ritengono idonee tali terapie, mentre per lo stato attuale di Daniele, la terapia Voita è validissima. Per il mese di febbraio stiamo organizzando un ricovero a Monaco (a nostre spese) perchè nel frattempo mio figlio ha dovuto togliere l'impianto pompa a seguito di complicazioni, è attualmente assume il xxxx per via orale, tale sistema di assunzione provoca effetti collaterali nel tempo, quindi abbiamo deciso di riprendere il Voita nonostante i costi per cercare di abbassare il dosaggio come in passato. Sono seriamente preoccupato per il futuro, non sò fino a quanto posso riuscire a farmi carico di tutte le spese necessarie al mantenimento di tutto quello che serve per la serenità di mio figlio, (attualmente pago anche una ragazza che aiuta mia moglie per l'igiene di Daniele, in quanto diventa sempre più faticoso alzarlo di peso per i suoi bisogni quotidiani), senza considerare che sono 5 anni che faccio il pendolare tra Napoli e Firenze con costi enormi sia economici che di salute. RingraziandoVi per il tempo dedicatomi, è scusandomi per qualche frase di sfogo, Vi saluto con la speranza che si riesce a trovare una soluzione per mio figlio.
Non potendo esprimere un parere medico sulla delicata situazione riguardante la salute di Suo figlio (e conseguente se siano da seguire le indicazioni della clinica di Amburgo o dell'ospedale di Firenze), devo limitarmi a sottolineare che da un punto di vista giuridico è vero che l'Asl ha facoltà di non autorizzare cure all'estero qualora queste ultime possano essere praticate in Italia.
Inserita il 2008-12-11 - categoria Sanità
Risposta ad un associato che, per lettera, chiede se si abbia diritto automanticamente, in caso di invalidità, all'indennità di accompagnamento.
Purtroppo il riconoscimento di invalidità civile al 100% non implica l’automatico diritto all’indennità di accompagnamento, in quanto tale prestazione viene concessa quando viene accertata dalla competente Commissione, nei confronti dell’invalido, l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o l’incapacità di svolgere gli atti quotidiani della vita, necessitando quindi di assistenza continua. Tale indennità spetta a prescindere dal reddito posseduto e dall’età dell’invalido (pertanto, anche in favore dei minori di 18 anni e degli ultrasessantacinquenni). Inoltre, si ha diritto alla pensione di inabilità se si possiede un’età compresa tra i 18 e 65 anni e qualora non si superino determinate condizioni di reddito previste per legge. In pratica, i benefici previsti (protesi o ausili, esenzione tichet, tessera di viaggio agevolato per i mezzi pubblici) sono gli unici che Lei possa vantare.
Inserita il 2008-10-07 - categoria Sanità

Quali sono i tempi massimi di attesa per esami clinici? E' possibile dover aspettare 60 giorni?

Premettendo che le lunge liste d'attesa che i cittadini sono costretti ad affrontare per potersi sottoporre ad esami diagnostici o di laboratorio costituiscono uno dei maggiori problemi del Servizio Sanitario Nazionale, il Governo ha emesso un provvedimento nel 2002 contenente le linee guida governative sui criteri di priorità per l'accesso alle prestazioni diagnostiche e terapeutiche e sui tempi massimi d'attesa, dove si stabilisce che:
- le prestazioni diagnostiche devono essere accessibili sulla base di una valutazione d'urgenza;
- deve essere tenuto nel giusto conto la corretta gestione delle liste di prenotazione, al fine di garantirne l'uniformità e la trasparenza;
- spetta alle regioni e alle province autonome stabilire i criteri di priorità;
- l'inosservanza dei tempi massimi d'attesa può penalizzare sotto l'aspetto economico i direttori delle aziende sanitarie locali.
Occorre però chiedersi come si generano i tempi massimi nelle liste d'attesa. I fattori sono diversi, ma in genere sono legati al tipo di prestazione, al paziente, ai bisogni sanitari da fronteggiare, ecc.
La realtà è che 60 giorni di attesa per un esame non sono pochi, ma non sono neppure tantissimi (per certi esami occorre aspettare molto di più; due esempi: per una coronarografia il tempo massimo per il 90% dei pazienti è di 120 giorni; per un esame all'anca il tempo massimo per il 90% dei pazienti è di 180 giorni).

Inserita il 2008-09-12 - categoria Sanità
Sono una ragazza disabile dalla nascita (spina bifida), che da qualche anno si trova a vivere una situazione assurda: per camminare necessito di scarpe particolari su misura, ma da quando le uso, mi sono sempre sentita dire che l'ASL me ne avrebbe passate solo un paio all'anno (o estate o inverno). Vorrei cortesemente sapere in base a che cosa, chi di dovere stabilisce il numero annuo di scarpe che una persona disabile può ottenere e se esiste una procedura da seguire per modificare questa normativa. Secondo il mio modesto parere, andrebbe valutato se la richiesta arriva da una persona deambulante o in carrozzina.
La normativa di riferimento è il Nomenclatore tariffario DM 332/99. Il Nomenclatore stabilisce i tempi minimi dalla fornitura precedente. Il rinnovo dell'ausilio può essere autorizzato, previa prescrizione del medico specialista, quando sussistano le seguenti condizioni: - l'ausilio sia ancora necessario; - sia trascorso il tempo minimo dalla precedente fornitura; - l'ausilio precedentemente fornito non sia più idoneo o convenientemente riparabile. I tempi minimi che dovranno trascorrere, fatte salve le eccezioni descritte, per la successiva autorizzazione sono i seguenti: A) Dispositivi ortopedici: Plantari: - in materiale deperibile 12 mesi - in fibra resistente 36 mesi Calzature e rialzi: - soggetti deambulanti con gravi difficoltà della marcia tali da comportare notevole usura 12 mesi - soggetti non deambulanti e con gravi deformità ai piedi 18 mesi Ebbene, trattasi di un quadro normativo che parla chiaro e a cui le Asl devono attenersi solo per motivi di ordine economico, fino a quando il Governo non stanzierà maggiori denari per chi ha veramente bisogno.
Inserita il 2008-09-12 - categoria Sanità
Vorrei sottoporre alla Vs. attenzione la mia disavventura che dura da 9 anni. Ma partiamo dall'inizio,decisi di operarmi di calcoli alla colecisti in laparoscopia. Così un mercoledì mattina fui operata e da lì cominciò il mio calvario, arriviamo al giovedì stò male e nessuno ci crede,venerdì peggioro mi dimisero con diagnosi di stato ansioso. Scrivono che mangiavo regolarmente mentre io non toccai mai cibo tanto è vero che sè avessi mangiato sarei morta subito perchè la bile diventava peggio dell'acido. Sabato rimasi al etto tutto il giorno ,la sera sotto insistenza di mio marito mi alzai per mangiare ma dopo aver messo in bocca un minuscolo pezzo di pane mi rifiutai perchè non riuscivo a mangiare, però quel piccolo pezzo di pane entrato in circolo scatenò dolori lancinanti tantè che fui ricoverata d'urgenza sottoposta a non sò cosa arrivai in reparto alle 5 della mattina. La domenica fui sottoposta a ecografia , diagnosi piena di feci, clistere gigante, non potevo di certo andare di corpo non avendo mai mangiato,le fù detto non valsero a niente le mie parole, passo così con dolori atroci altri due giorni mi facevano continuamente punture per il dolore sulla spalla ma durava poco il beneficio. Ero arrivata al punto che tanto era il dolore da essere inebriata, non capivo più niente e vedevo tutto nero .Poi finalmente il martedì decisero di farmi una TAC ,il responso fù che non ce l'avrei fatta tantè vero che mio marito le dissero che su 3 se ne salvava una. TAC alle 12.30 , urgentemente in sala operatoria per sei lunghe ore per mio marito e per i miei famigliari (premetto che io ho una figlia disabile quindi immaginate lei come poteva stare ). Ma il calvario doveva ancora iniziare,fui operata 2 volte all'intestino per i danni che la peritonite biliare che aveva provocato,due ascessi perianali conseguenza degli interventi all'intestino adesso ho il prolasso del retto e l'addme pieno di aderenze. Quando chiesi le mie cartelle mediche e le cassette dell'intervento mi furono consegnate solo le cartelle cliniche dicendomi che le cassette venivano usate per altri interventi , quando diverso tempo dopo intervenne il mio legale nella richiesta delle stesse , presentarono solo la seconda perchè la prima era sparita. Sottoposta a visita dal CTU l'unica cosa che fece il medico legale mi misurò la cicatrice della pancia e mi tastò i polpacci, così fece la perizia aducendo che non c'erano responsabilità mediche, ma la perizia non fù fatta dal medico legale del CTU perchè morì per tumore. La mia domanda è questa : "Cosa posso fare per questa ingiustizia, visto che io non ho più potuto lavorare perchè devo convivere con dolori giornalieri?"
Ho letto attentamente la Sua lettera molto precisa e articolata. La Sua richiesta di aiuto viene certamente presa in considerazione, ma, essendo la nostra Associazione in grado di dispensare solo consigli e/o pareri giuridici, quanto al caso sottoposto alla nostra attenzione, non siamo in grado di formulare una risposta esaustiva e attendibile sotto il profilo giuridico in quanto abbiamo a nostra disposizione pochi elementi. Aggiungo che le cause contro i medici non sono affatto semplici da affrontare. In ogni caso per ottenere giustizia occorre intraprendere le vie dei tribunali che comportano costi e lungaggini processuali...
Inserita il 2008-09-01 - categoria Sanità

Gradirei sapere se esistono delle agevolazioni economiche od altro (es. rimborsi anche parziali per spese di viaggi, vitto e alloggio) per le persone operate di tumore le quali hanno necessità di controlli continui. Trattasi nel caso specifico di mia moglie operata nel 2003 di tumore al seno. Ella ha necessità di controlli, fuori zona, semestrali non solo nella zona specifica ma i controlli si estendono anche in altri parti quali ginecologici, ossa etc. Fra l'altro mia moglie soffre di tiroide cronica ed emicrania.

Per ricevere una risposta corretta e al contempo gratuita al Suo quesito consiglio di visitare il sito www.andosonlusnazionale.it dell'Associazione nazionale donne operate al seno. Si tratta di un'organizzazione non lucrativa di utilità sociale. Nel lato sinistro della pagina di presentazione del suddetto sito digiti la parola "contattaci"; troverà un modulo da compilare per la richista di informazioni.

Inserita il 2008-07-31 - categoria Sanità
Vorrei denunciare presso la vs associazione un ingiustizia subita, la quale mi ha creato danni esistenziali dall'anno 1998. preciso di essere una donna sola, cresciuta senza genitori, ammalata di sclerosi multipla, con tanto di tessera sanitaria che ne attesta l'esistenza. ho seguito e approfondito le filosofie orientali, le quali sono basate innanzitutto sul rispetto umano e la comprensione reciproca; basando la mia esistenza su questo pensiero, ho sempre subito di tutto, ho constatato di persona che la cattiveria è insita nell'animo umano. A settembre 1997 conobbi xxx il quale mi raggirò più volte, mostrandosi una persona dolce e bisognosa, per cui si appropriò di più vetture di mia proprietà inducendomi ad aprire una attività di compravendita di autoveicoli in socetà con lui. Non avendo garanzie bancarie, il xxx utilizzava i miei conti correnti, il mio nome i miei libretti assegni, in quanto, io ero persona più che solvibile. lo stesso si appropriò di autovetture a me intestate e le vendette senza il mio consenso, io da allora pago multe pur avendo fatto perdite di possesso. lo stesso usò i miei assegni per pagare, a suo dire, materiale edile per per ristrutturare appartamento di sua proprietà, per cui dette in pagamento un assegno bancario di 75.000 euro circa e cambiali da me firmate per acquistare per poi rivendere le autovetture. io dopo diverso tempo, venni a conoscenza di un ipoteca giudiziale messa sul mio immobile da un negozio di piastrelle. io fui contattata e minacciata più volte dalle persone che si erano appropriate delle mie autovetture, le quali si mostra vano amichevoli ai miei occhi e pronte ad aiutarmi. le stesse mi consigliarono di rivolgermi ad un avvocato di loro fiducia, a loro dire bravissima.. ma la stessa stese una denuncia in tal modo che andasse tutto a mio danno e non mi diede notizia alcuna dello svolgersi del procedimanoto e dicendomi di non presentarmi mai in tribunale. io solo oggi ho visto ducumenti di quanto avvenuto. preciso che pur essendo ammalata, devo lavorare tantissimo , ed ho dovuto avvalermi sempre di collaboratori, non essendo solvibile bancariamente, e tutto ciò mi è costato tantissimo. non posso avere conto corrente bancario come tutti, carte di credito e quanto può ottenere un normale cittadino. tutto questo mi ha rovinato la vita e non mi permette di fare nulla, sono disperata e non so più a chi rivolgermi, tutti gli avvocati hanno fatto di tutto per coprirsi a vicanda. ho copia di tutte le denunce da me fatte, ma gli avvocati da me utilizzati non hanno mai seguito, ed hanno mandato in prescrizione. ripeto sono disperata. vi prego aiutatemi. la mia denuncia è sicuramente confusionaria e mal dettegliata, posso produrre tutte le denunce e atti in copia peer cui potrete verificare l'entita' dei danni da me subiti sia economici che fisici che hanno peggiorato la mia malattia, oltre che esistenziali, da mesi sono in terapia da uno psicologo convenzionato USL, in quanto non posso permettermi uno psicologo a pagamento che mi possa seguire più assiduamente, non riesco a lavorare più di 3 ore al giorno, seguo terapia con psicofarmaci, sono in cura all'ospedale per problemi al colon, ho subito intervento al seno per noduli, e a tutt'oggi sono stati riscontrati altri problemi da ecografie. ripeto sono sola e disperata, e pur avendo lavorato tutta la vita, ho sempre pagato debiti e avvocati disonesti, tranne qualcuno. ma non esisto anch'io?
Ho appena ultimato di leggere la Sua lettera e con grande dispiacere vengo ad apprendere che nel Suo difficile cammino ha incontrato come li definisce Lei stessa solo "avvocati disonesti" che pertanto non l'hanno aiutata assolutamente, anzi le hanno messo i bastoni tra le ruote. Ebbene, a risponderLe è proprio un avvocato, consulente legale dell'Associazione Europa dei diritti, che è disponibile a dare consigli, informazioni e spiegazioni sotto il profilo giuridico. Di fronte al caso da Lei proposto, risulta però difficile poter esprimere un parere asettico e obiettivo. Verrebbe da esclamare a gran voce: ma che in Paese viviamo! Eppure, occorre sperare che vi siano persone oneste e capaci che possano in ogni campo - anche in quello giuridico - essere d'aiuto. Pertanto, alla luce dei fatti da Lei esposti gravissimi sotto il profilo penale, consiglio di interpellare un avvocato della Sua città che possa realmente aiutarla a risolvere tutti i problemi che quel tale Le ha procurato. Ricordo che qualora le Sue possibilità economiche fossero modeste potrà ottenere una difesa in giudizio gratuita, ovvero pagata dallo Stato, attraverso l'istituto del gratuito patrocinio.
Inserita il 2008-07-23 - categoria Sanità

E' vero che la cefalea è stata riconosciuta come causa d'invalidità civile?

Sì è vero; però, attenzione: solo il servizio sanitario della Regione Lombardia ha deciso di riconoscere, con apposita circolare, la "sindrome cefalalgica" (che colpisce maggiormente le donne e che comporta un notevole rallentamento delle attività individuali, soprattutto lavorative; in Italia sono 7 milioni le persone che soffrono di mal di testa, di cui un milione proprio in Lombardia) come causa d'invalidità civile!
Alle Asl è pervenuta una tabella che classifica il mal di testa in tre diverse categorie in base alla gravità, cui corrispondono i relativi coefficienti d'invalidità:
- il livello A contempla forme episodiche a frequenza di attacchi medio-bassa e soddisfacente risposta al trattamento; riconosce un'invalidità dallo 0 al 15%;
- il livello B1 racchiude forme episodiche a frequenza di attacchi medio-alta e scarsa risposta al trattamento; il B2 riguarda forme croniche con risposta parziale al trattamento; i livelli B1 e B2 riconoscono un'invalidità dal 16 al 30%;
- il livello C concerne, infine, le forme croniche refrattarie al trattamento con invalidità dal 31 al 46%, che rientra nelle categorie protette per il lavoro.

Inserita il 2008-07-22 - categoria Sanità

Le aziende sanitarie locali come devono tutelare la privacy degli invalidi civili?

Lo ha spiegato, in un recente provvedimento, il Garante per la protezione dei dati personali.
Nel sito www.garanteprivacy.it (newsletter n. 288 del 17 aprile 2007) viene precisamente spiegato che:
"Le aziende sanitarie locali non dovranno più indicare la diagnosi su certificati che attestano il riconoscimento dell'invalidità civile per l'iscrizione alle liste del collocamento obbligatorie o per la richiesta di esenzione dalle tasse scolastiche o universitarie. Dovranno, inoltre, adottare gli accorgimenti necessari, quali distanze di cortesia, spazi per colloqui riservati, consegna e trasferimento della documentazione in busta chiusa, ed impartire precise istruzioni al personale sanitario, per garantire un elevato livello di tutela della riservatezza delle persone. Lo ha stabilito l'Autorità Garante al termine dell'esame di alcune segnalazioni di invalidi civili che lamentavano la violazione delle disposizioni in materia di protezione dei dati personali e chiedevano maggiori garanzie per la loro dignità: in particolare, che fossero omessi da talune certificazioni i riferimenti personali alle patologie invalidanti, specie nei casi in cui fosse stato riscontrato lo stato di sieropositività o l'infezione da Hiv. Richieste legittime secondo l'Autorità. Se può risultare infatti lecito riportare le patologie nei verbali delle commissioni mediche che accertano tipo e grado di invalidità, perché oltre ad essere prescritto dalla normativa è indispensabile in caso di revisione o di ricorso, non è giustificato indicare gli stessi dati nelle certificazioni per l'iscrizione al collocamento o per avere l'esenzione dalle tasse scolastiche. Innanzitutto perché l'indicazione di tali dati non risulta indispensabile e poi perché vi sono normative che prevedono tali tutele rafforzate per specifiche patologie: ad esempio, le garanzie previste dalla legge 135 del 1990 per i malati di AIDS limitano la comunicazione dei risultati di accertamenti per l'infezione da Hiv alla sola persona che si è sottoposta agli esami. Inoltre, tra i requisiti essenziali per avere diritto ad esenzioni o per l'iscrizione a categorie protette, quali l'appartenenza ad una famiglia in disagiate condizioni economiche, l'aver subito una riduzione della capacità lavorativa ecc., non risulta mai la patologia sofferta. Ai fini del collocamento, infine, è prevista solo una valutazione delle funzionalità della persona disabile per individuarne le capacità lavorative".

Inserita il 2008-07-15 - categoria Sanità

Quando è ravvisabile la responsabilità civile del medico nell'esercizio della sua attività professionale?

E' una domanda complessa, alla quale rispondiamo, alla luce di quanto dispone il codice civile, in termini solo generali.
La responsabilità del medico per il danno cagionato al paziente consegue alla violazione dei doveri inerenti alla professione, tra cui quello di diligenza nell'esecuzione della prestazione, che deve essere valutato in riferimento alla natura dell'attività esercitata. Infatti, l'art. 1176 c.c. dopo aver disposto al primo comma che "nell'adempiere l'obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia", sancisce nel secondo comma che "nell'adempimento delle obbligazioni inerenti all'esercizio di un'attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell'attività esercitata".
Però, "se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d'opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave" (art. 2236 c.c.).
Ai sensi dell'art. 2236, dunque, quando la prestazione che il medico deve eseguire sia particolarmente complessa, questi è obbligato a risarcire il danno ingiustamente cagionato solo se abbia voluto provocare il danno stesso (dolo) o abbia commesso errori non giustificabili sulla base delle correnti conoscenze (colpa grave); vi è, pertanto, un esonero da responsabilità per colpa lieve.
Dunque, la regola generale secondo la quale il prestatore d'opera intellettuale risponde anche per colpa lieve (1176 c.c.) viene così derogata dall'art. 2236 che prevede un'attenuazione di responsabilità solo quando sussistano problemi tecnici di speciale difficoltà, la cui esistenza dovrà essere provata dal medico per esonerarsi dalla responsabilità stessa.

Inserita il 2008-07-09 - categoria Sanità

Il lavoratore italiano ricoverato all'estero ha diritto di essere rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale?

Le norme sul Servizio Sanitario Nazionale disciplinano l'assistenza sanitaria anche dei lavoratori italiani all'estero. Oltre ai lavoratori dipendenti ed autonomi, e loro familiari, hanno diritto all'assistenza anche talune categorie di cittadini temporaneamente all'estero, come i borsisti, i ministri del culto, i dipendenti pubblici ed i militari in servizio all'estero. Nell'Unione Europea e negli Stati che hanno stipulato apposite convenzioni bilaterali con l'Italia, anche i turisti beneficiano dell'assistenza, solo per le cure urgenti. In questi casi le strutture sanitarie locali erogano direttamente l'assistenza ai beneficiari. Naturalmente gli interessati devono munirsi dell'apposita certificazione rilasciata dalle Aziende Sanitarie Locali. Nei Paesi non convenzionati, i cittadini temporaneamente all'estero per motivi di lavoro o di studio hanno diritto al rimborso delle spese mediche sostenute secondo la procedura prevista dal DPR 31/7/1980 N. 618. Nei Paesi non convenzionati, i cittadini temporaneamente all'estero per motivi diversi dal lavoro o studio (turismo, motivi di famiglia, etc.) non hanno diritto al rimborso delle spese sanitarie sostenute all'estero per cure mediche urgenti. Sarebbe, pertanto, prudente tutelarsi con una polizza assicurativa privata contro eventi sanitari imprevisti. Qualora invece essi si rechino all'estero allo scopo di ricevere cure mediche (cure presso Centri di alta specializzazione all'estero, trapianti di organo, o casi in cui non sia possibile ricevere cure tempestivamente in Italia), devono preventivamente mettersi in contatto con la propria ASL. Fonte: www.ministerosalute.it

Inserita il 2008-06-11 - categoria Sanità

E' possibile richiedere la videocassetta del proprio intervento chirurgico?

A questa domanda ha dato risposta positiva il Garante della Privacy in un recente provvedimento, esattamente del 20 settembre 2006.
Infatti, "il Garante ha dato ragione ad una paziente che aveva avanzato invano richiesta ad una casa di cura di ricevere in forma intelligibile i dati che la riguardavano e quindi una copia della registrazione video dell'intervento al quale era stata sottoposta ("videolaparoscopia").
La casa di cura si era opposta alla richiesta sostenendo che, essendo la riproduzione audiovisiva di un intervento chirurgico meramente facoltativa per la struttura sanitaria, la pretesa della ricorrente di ottenerne una copia sarebbe stata "arbitraria, oltre che illegittima". Inoltre, la casa di cura aveva aggiunto che, essendo stati registrati interventi chirurgici eseguiti anche su altri pazienti, la consegna della cassetta avrebbe violato la riservatezza di questi ultimi.
L'Autorità ha ribadito invece il diritto della paziente ad accedere a tutti i dati che la riguardano, in qualunque documento, supporto, anche visivo, o archivio essi siano contenuti o registrati e ha sottolineato che la presenza di dati relativi a terzi non fa venire meno tale diritto, potendosi agevolmente provvedere alla loro cancellazione.
Il Garante quindi ha ordinato alla casa di cura di comunicare alla paziente i dati personali che la riguardano, e ha ordinato la parziale liquidazione a suo favore dell'ammontare delle spese per il procedimento" (Fonte: Newsletter n. 283 del 21 novembre 2006, www.garanteprivacy.it).

Inserita il 2008-05-26 - categoria Sanità

Quali sono le regole alle quali deve attenersi un medico di base al fine di rispettare la privacy dei suoi pazienti?

E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'8 agosto 2006 un provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali finalizzato a rendere più semplice e più trasparente l'applicazione delle regole sul rispetto della privacy dei pazienti. A tal scopo è stato predisposto dal Garante un modello di informativa, il cui testo può essere affisso nella sala d'attesa dell'ambulatorio (i medici, se preferiscono, possono informare i pazienti anche a voce).
Ebbene, nel modello di informativa (elaborato dal Garante, dopo aver interpellato i medici stessi, attraverso le loro categorie) si legge, in particolare, che i pazienti devono sapere che, senza il loro specifico consenso, il medico non può rendere noto a familiari o conoscenti le loro condizioni di salute e che in qualunque momento gli assistiti possono verificare come sono stati acquisiti i loro dati, se sono esatti e ben custoditi.
Il testo predisposto dal provvedimento del Garante che un cittadino potrebbe leggere nella sala d'attesa del proprio medico curante è il seguente:
"Gentili signori,
desidero informarvi che i vostri dati sono utilizzati solo per svolgere attività necessarie per prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione o per altre prestazioni da voi richieste, farmaceutiche e specialistiche.
Si tratta di dati forniti da voi stessi o che sono acquisiti altrove, ma con il vostro consenso, ad esempio in caso di ricovero o di risultati di esami clinici.
Anche in caso di uso di computer, adotto misure di protezione per garantire la conservazione e l'uso corretto dei dati anche da parte dei miei collaboratori, nel rispetto del segreto professionale. Sono tenuti a queste cautele anche i professionisti (il sostituto, il farmacista, lo specialista) e le strutture che possono conoscerli.
I dati non sono comunicati a terzi, tranne quando sia necessario o previsto dalla legge.
Si possono fornire informazioni sullo stato di salute a familiari e conoscenti solo su vostra indicazione.
In qualunque momento potrete conoscere i dati che vi riguardano, sapere come sono stati acquisiti, verificare se sono esatti, completi, aggiornati e ben custoditi, e far valere i vostri diritti al riguardo.
Per attività più delicate da svolgere nel vostro interesse, sarà mia cura informarvi in modo più preciso".

Inserita il 2008-04-22 - categoria Sanità

Sono rimborsabili le spese mediche sostenute dai privati cittadini che, in situazioni di particolare urgenza e necessità, si rivolgano ad una clinica privata?

In caso di urgenza dell'intervento, il paziente ha diritto di farsi curare in una struttura privata e chiedere il rimborso delle spese ospedaliere non preventivamente autorizzate dalla Regione; è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione Sezione Lavoro con sentenza 2444/2001, chiamata a prendere in esame il caso di un paziente, dimesso da un centro cardiologico convenzionato con una Asl ? nel quale era stato ricoverato in seguito a infarto ? per l'impossibilità di effettuare in tempi brevi l'intervento al cuore di cui aveva bisogno; in mancanza di un'altra clinica autorizzata dal servizio pubblico, il paziente si era rivolto a una casa di cura privata trovando qui la tanto sospirata assistenza pagata però 70 milioni delle vecchie lire, 50 dei quali secondo i giudici di primo e secondo grado dovevano essere rimborsati dalla Asl.
Ebbene, la Cassazione ha respinto il ricorso della Asl (condannata a rimborsare le spese sostenute dal paziente), affermando che "il diritto dei cittadini all'assistenza sanitaria trova il suo fondamento nell'art. 32, primo comma, della Costituzione che, ribadendo un principio già esistente nell'ordinamento giuridico, ha esplicitamente enunciato che il diritto primario alla tutela della salute, quale fondamentale diritto dell'individuo, rientra fra quelli inviolabili della persona ed è oggetto, pertanto, di incondizionata protezione"; pertanto, nell'ipotesi in cui un assistito dal Servizio Sanitario Nazionale chieda il rimborso di spese ospedaliere non preventivamente autorizzate dalla Regione sostenute in occasione di un intervento urgente non possibile in tempi brevi presso una struttura pubblica, il suo diritto può essere tutelato quale diritto inviolabile ed oggetto di incondizionata protezione.
Concludendo, secondo la Cassazione l'autorizzazione preventiva della struttura pubblica è derogabile tutte le volte che il cittadino venga a trovarsi in una situazione di grave crisi di salute, con imminente pericolo per la sua salute.

Inserita il 2008-02-26 - categoria Sanità

La trasfusione sanguigna può essere lecita anche in presenza del rifiuto del paziente?

Recentemente la Cassazione (sentenza n. 4211/2007) ha affrontato il caso di un Testimone di Geova, che in seguito ad un grave incidente stradale era stato ricoverato presso il pronto soccorso di un ospedale e successivamente trasferito nel reparto di rianimazione perché affetto da rotture multiple e rottura dell'arteria principale con emorragia in atto.
Nel corso del successivo intervento chirurgico veniva sottoposto a trasfusione sanguigna nonostante avesse dichiarato che, in ossequio al proprio credo religioso, non voleva gli venisse praticato tale trattamento; da qui la richiesta dal parte del paziente di risarcimento dei danni morali patiti per essere stato costretto a subire la trasfusione rifiutata.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso del paziente, sottolineando che bene hanno fatto i giudici di merito a negare il risarcimento richiesto in quanto il dissenso come il consenso, deve essere inequivoco, attuale, effettivo e consapevole; conseguentemente, alla luce di questi elementi e di un dissenso espresso prima dello stato d'incoscienza conseguente all'anestesia, è lecito da parte dei sanitari domandarsi - in seguito - se il paziente voglia o meno essere trasfuso, qualora le condizioni di salute dello stesso si aggravino rendendolo in pericolo di vita (di qui, secondo la Corte di Cassazione la correttezza della motivazione della sentenza di merito che ha ritenuto che il dissenso originario, con una valutazione altamente probabilistica, non dovesse più considerarsi operante in un momento successivo, davanti ad un quadro clinico fortemente mutato e senza la possibilità di un ulteriore interpello del paziente ormai anestetizzato).

Inserita il 2008-02-23 - categoria Sanità

I medici sono obbligati a informare il paziente dei possibili effetti collaterali del farmaco prescritto?

Alla domanda ha recentemente risposto la Corte di Cassazione (con sentenza n. 1025 del 17 gennaio 2007), chiamata a decidere il caso di un medico del pronto soccorso condannato in primo e secondo grado per il reato di lesioni colpose, in quanto dopo aver somministrato ad un paziente cardiopatico (presentatosi al pronto soccorso) un tranquillante, all'atto delle dimissioni non aveva informato il paziente dei possibili effetti collaterali del farmaco (tra cui il colpo di sonno) e della necessità di non mettersi alla guida per almeno 12 ore; il paziente, dunque, non avendo ricevuto nessuna informazione relativamente agli effetti collaterali del farmaco assunto, si era messo alla guida della sua autovettura (trascorse 5 ore dalla somministrazione del farmaco) e, secondo quanto dal medesimo dichiarato nella querela, era stato colto da un colpo di sonno, a causa del quale aveva invaso l'opposta corsia della strada, entrando in collisione con un'altra autovettura e riportando nell'incidente lesioni gravi.
Ebbene, la Corte di Cassazione, da una parte, ha affermato la necessità che un medico avverta sempre i propri pazienti degli effetti collaterali che un farmaco può avere specialmente "sulle capacità di guida e l'opportunità di non mettersi alla guida", dall'altra ha, però, accolto il ricorso del medico per "mancanza di prove", spiegando che "non si è tenuto nella dovuta considerazione la complessiva condotta di guida, poiché il paziente ha percorso regolarmente una strada, si è posto dietro un'altra autovettura, tallonandola da vicino per poi superarla al primo tratto rettilineo, ha acquistato una velocità sostenuta atteso che l'auto superata procedeva 80 K/H e lo stesso paziente, effettuato il sorpasso, guadagnava parecchie decine di metri, invadendo l'opposta corsia di marcia. Viene descritto un comportamento di guida vigile e attento e risulta pertanto illogico, oltre che privo di prova, ritenerlo collegato all'effetto del farmaco calmante il cui effetto principale è quello di alleviare lo stato d'ansia, nonché quello di indurre progressivamente sonnolenza".
In conclusione, secondo la Cassazione il medico ha l'obbligo di mettere per iscritto l'avvertimento sui possibili rischi causati dalla somministrazione di farmaci con effetti collaterali, ma risponde di eventuali incidenti solo se la causa, ad esempio un colpo di sonno, è provata con certezza.

Inserita il 2008-02-20 - categoria Sanità

Il medico di famiglia è sempre tenuto ad effettuare le visite domiciliari?

Sì, qualora lo richiedano le condizioni di salute dell'assistito. E' importante, però, sapere che le visite domiciliari vanno richieste entro le ore 10 perché il medico sia obbligato a effettuarle in giornata, mentre quelle richieste oltre quell'ora possono essere eseguite entro le ore 12 del giorno successivo.
In ogni caso la chiamata urgente deve essere soddisfatta entro il più breve tempo possibile.
Nelle giornate di sabato e nei giorni prefestivi il medico non è tenuto a svolgere attività ambulatoriale, ma è comunque obbligato ad effettuare le visite domiciliari richieste entro le ore 10 dello stesso giorno, nonché quelle, eventualmente non ancora effettuate, richieste dopo le ore 10 del giorno precedente.

Inserita il 2008-02-16 - categoria Sanità

Il medico di turno in servizio presso la guardia medica che non interviene a seguito della chiamata di un paziente commette reato?

Da premettere che il servizio di guardia medica (definito "continuità assistenziale" in quanto assicura la prosecuzione dell'assistenza di base in ore e in giorni diversi rispetto a quelli in cui è normalmente erogata dal medico generico) deve garantire per le urgenze notturne, festive e prefestive, gli interventi domiciliari e territoriali dalle ore 10 del giorno prefestivo alle ore 8 del giorno successivo al festivo e dalle ore 20 alle ore 8 di tutti i giorni feriali; inoltre, il medico di guardia medica deve essere presente, all'inizio del turno, nella sede assegnatagli dalla Asl e rimanere a disposizione, fino alla fine del turno, per effettuare gli interventi domiciliari o territoriali richiesti.
Posta la suddetta premessa, il medico di turno presso la guardia medica che rifiuti indebitamente il suo intervento di soccorso rischia una condanna per rifiuto di atti d'ufficio; è quanto ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con sentenza n. 33018/2005, confermando la condanna per il delitto di cui all'art. 328, 1° comma, c.p. inflitta ad un medico di guardia che, allertato dal 118 per intervenire presso l'abitazione di un ottantenne (che lamentava da molte ore fortissimi dolori addominali), pur dichiarandosi immediatamente disponibile, in realtà non era intervenuto, tanto che il paziente, in preda sempre a più forti dolori, era stato accompagnato da un vicino di casa presso il Pronto Soccorso dell'Ospedale, dove gli erano state prestate le prime cure d'urgenza ed era stato disposto il ricovero nel reparto di chirurgia.
La Corte di Cassazione ha spiegato che "il sanitario del Servizio di Continuità Assistenziale, in quanto dotato, nell'espletamento dell'attività di diagnosi e di prescrizione di prestazioni farmaceutiche e terapeutiche, di poteri certificativi ed autoritativi e quindi partecipe delle pubbliche funzioni dell'Ente sanitario pubblico, riveste lo status di pubblico ufficiale, che ha il dovere di non rifiutare indebitamente un atto del proprio ufficio che, per ragioni di sanità, deve essere compiuto senza ritardo"; la Corte ha, infine, affermato che il rifiuto di atti d'ufficio rilevante a norma dell'art. 328, 1° comma, c.p. deve riguardare - come nel caso in questione - un atto indifferibile dal cui mancato compimento possa derivare un pregiudizio.

Inserita il 2008-02-03 - categoria Sanità

Il medico, al di fuori della propria attività lavorativa, può esimersi dal prestare le prime cure sul luogo di un incidente stradale?

Assolutamente no! Infatti, prestare soccorso è un dovere del cittadino, tanto più se si tratta di un medico.
Per il medico l'omissione di soccorso non può, infatti, trovare giustificazione nella mancanza di specializzazione inerente la patologia della persona da soccorrere o nell'essere sprovvisto dell'attrezzatura adeguata, così come prevede l'art. 7 del Codice Deontologico, ai sensi del quale "Il medico indipendentemente dalla sua abituale attività non può mai rifiutarsi di prestare soccorso o cure d'urgenza e deve tempestivamente attivarsi per assicurare ogni specifica e adeguata assistenza".

Inserita il 2008-01-28 - categoria Sanità

Che cosa rischia il farmacista che apre sistematicamente in ritardo la farmacia?

Rischia una condanna penale per il reato di interruzione di pubblico servizio (art. 340 del codice penale: "Chiunque, fuori dei casi previsti da particolari disposizioni di legge, cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità, è punito con la reclusione fino a un anno").
A stabilirlo è stata la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione che ha confermato, con sentenza n. 26934/2005, la condanna ad un farmacista di un piccolo centro urbano, ritenuto responsabile del delitto di interruzione di pubblico servizio, perché, quale titolare della farmacia, turbava la regolarità del relativo servizio di pubblica necessità, provvedendo all'apertura dell'esercizio con sistematico ritardo sia al mattino che al pomeriggio di circa 30-45 minuti.
La Corte ha spiegato (confermando una precedente sentenza della stessa Corte del 29 aprile 2001) che integra il reato di interruzione di un ufficio o servizio pubblico la condotta di colui che cagioni allo svolgimento del servizio anche un semplice ritardo, purché apprezzabile sul piano temporale e su quello del suo regolare andamento.
In presenza di un tale disservizio (specie se si tratta di una farmacia situata in un piccolo centro urbano) ai cittadini non resta che richiedere il tempestivo intervento dei vigili urbani o dei carabinieri; non assumere una medicina in tempo, infatti, potrebbe risultare fatale!

Inserita il 2008-01-22 - categoria Sanità

Che cosa rischia l'infermiera che rifiuta, accampando scuse, di pulire i pazienti dell'ospedale?

Rischia una condanna per omissione di atti d'ufficio (art. 328 del codice penale). A stabilirlo è stata la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 39486/2006), che ha confermato la condanna alla pena di 6 mesi di reclusione, oltre alla interdizione dai pubblici uffici per un anno e al risarcimento dei danni in favore della parte civile, per un'infermiera generica di servizio in ospedale che indebitamente si era rifiutata di effettuare le operazioni di pulizia ad un degente, sottoposto a un intervento di resezione colica, il cui letto e le parti intime erano imbrattate con le feci fuoriuscite dalla sacca di contenimento delle stesse, atto che per ragioni di igiene e di sanità doveva essere compiuto senza ritardo.
L'imputata si era rifiutata di provvedere alle operazioni di pulizia accampando la scusa di provare vergogna per la differenza di sesso.
La Cassazione ha però ritenuto che il rifiuto dell'imputata di provvedere prontamente alle operazioni di pulizia in ragione della differenza di sesso fosse palesemente ingiustificato e che tale incombenza rivestisse carattere di urgenza per evidenti ragioni di igiene e sanità.
Singolare e forse isolato caso di malasanità, ma è bene sapere che le operazioni di pulizia del paziente rientrano nelle tipiche mansioni degli infermieri generici!

Inserita il 2008-01-17 - categoria Sanità

Nel caso di intervento di chirurgia estetica mal riuscito che comporti per il paziente la necessità di altro intervento riparatore, quali sono i danni risarcibili?

Il quesito è stato risolto dalla Corte di Cassazione, III Sezione Civile, con sentenza 20 settembre 2004, n. 18853; secondo i giudici, nel caso di intervento di chirurgia estetica mal riuscito, ed in cui vi è la necessità per il paziente di sottoporsi ad altro successivo intervento riparatore, non può affermarsi che per conseguire un certo risultato sia indifferente per il paziente subire una o due operazioni e, quindi, limitare il risarcimento alla spesa sostenuta per la prima operazione inutile. Ed infatti, una volta accertata l'eventuale sussistenza di un danno, quest'ultimo va liquidato in tutte le sue componenti, sia patrimoniali, quali ad esempio, il maggior onorario per il chirurgo e per la sua équipe, maggior degenza in clinica, ecc., che morali (ogni operazione costituisce un trauma anche psicologico e va tra l'altro valutato se l'inutilità di un precedente intervento possa aumentare il timore per l'intervento successivo e quindi il trauma medesimo).

Inserita il 2008-01-06 - categoria Sanità

L'anoressia può dare diritto alla pensione d'invalidità?

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ha risposto affermativamente con sentenza n. 6500 del 7 maggio 2002; si tratta di una decisione molto importante che riconosce il diritto alla pensione d'invalidità al lavoratore che cade in malattia per anoressia, patologia grave e sempre più diffusa.
Precisamente, la Cassazione si è occupata del caso di una signora dell'età di 53 anni malata di anoressia che, non essendo più in grado di svolgere regolarmente il proprio lavoro, si era rivolta al giudice per ottenere il riconoscimento del diritto alla pensione d'invalidità.
Il giudice di primo grado, in base ad una prima consulenza tecnica d'ufficio, accoglie la domanda e la decisione viene confermata dal tribunale in sede di appello; contro la sentenza di secondo grado ricorre per Cassazione il Ministero dell'Interno contestando la sussistenza delle condizioni per la concessione del beneficio, in quanto le tabelle emanate dal Ministero della Sanità prevedono per la patologia specifica un'inabilità parziale tra il 41% e il 50%.
La Cassazione stabilisce che il ricorso è infondato, riaffermando un precedente principio di diritto secondo cui "in sede di valutazione della capacità di lavoro, ai fini della sussistenza del diritto all'assegno ordinario d'invalidità, si deve tener conto del quadro morboso complessivo del soggetto assicurato e non delle singole manifestazioni morbose, considerate l'una indipendentemente dalle altre, né può procedersi ad una somma aritmetica delle percentuali di invalidità relative a ciascuna delle infermità riscontrate, dovendosi invece compiere una valutazione complessiva delle stesse, con specifico riferimento alla loro incidenza sull'attività svolta in precedenza e su ogni altra che sia confacente, nel senso che potrebbe essere svolta dall'assicurato, per età, capacità ed esperienza, senza esporre ad ulteriore danno la propria salute" (Cass. n. 5934 del 20/6/94).
In conclusione, secondo la Corte, nel caso in cui coesistano - come nel caso di specie - anoressia, deficit intellettivo, sindrome psico-patologica ed eccessiva magrezza, tali da costituire un complesso quadro patologico inemendabile su cui si innestano disturbi del comportamento, il diritto alla pensione d'invalidità deve essere riconosciuto.

Inserita il 2007-12-23 - categoria Sanità

Le persone affette da obesità possono ottenere l'assegno di invalidità?

Sì. Infatti, la Corte di Cassazione Sezione Lavoro, con sentenza 19 agosto 2004, n. 16251 ha stabilito che non sono più vincolanti le tabelle fissate dal Decreto Ministeriale 5 febbraio 1992 utilizzate per misurare il punteggio di invalidità e che attribuiscono una percentuale di handicap agli obesi che in nessun caso supera il 40%, mentre per ottenere il diritto all'assegno mensile è necessario raggiungere una percentuale pari o superiore al 74%.
Precisamente, la Suprema Corte era stata chiamata a decidere sul ricorso di una signora a cui, pur essendo gravemente obesa, non era stata riconosciuta la percentuale di invalidità minima per ottenere l'assegno di invalidità; le tabelle ministeriali, infatti, includono l'obesità nella fascia di invalidità con percentuale dal 31% al 40%, ma tale percentuale è calcolata in riferimento a persone che hanno un "indice di massa corporea compreso tra 35 e 40%, senza tener conto delle nuove forme di obesità e di quelle più gravi (la signora ricorrente, infatti, raggiungeva un indice di massa corporea del 57,7).
Pertanto, la Corte ha affermato che, specie nelle forme gravi di accumulo adiposo, è necessario valutare questa disfunzione in "maniera svincolata dai limiti tabellari" e dare percentuali di invalidità più elevate, superiori al 40%, a chi ha un rapporto molto squilibrato fra altezza e peso corporeo (l'indice si ottiene dividendo il peso del soggetto per il quadrato della sua statura).
In conclusione, la Suprema Corte ha stabilito che esistono situazioni richiedenti un'indagine diretta ad acclarare il grado di invalidità, svincolata dai limiti specificati dalle tabelle; pertanto, i periti chiamati a valutare il livello di obesità dovranno tener presente non più solo le tabelle, ormai ritenute inadeguate per misurare le nuove obesità, bensì la reale situazione invalidante di chi è afflitto da questa malattia.
In pratica, d'ora in poi, alle persone affette da obesità potrà essere riconosciuto un punteggio di handicap superiore al 40% che consentirà di ottenere l'assegno di invalidità.

Inserita il 2007-12-15 - categoria Sanità

Che cos'è l'indennità mensile di frequenza e chi ne ha diritto?

L'indennità mensile di frequenza (il cui importo per il 2007 è pari a euro 242,84 mensili) è stata introdotta dalla legge 11 ottobre 1990, n. 289 e viene erogata ai minori che hanno difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell'età o che hanno subito una perdita uditiva superiore a 60 decibel nell'orecchio migliore.
Schematicamente, le condizioni necessarie per ottenere il mensile di frequenza sono le seguenti:
- avere età inferiore a 18 anni;
- essere cittadino italiano residente in Italia, o essere straniero titolare di carta di soggiorno;
- essere stati riconosciuti "minore con difficoltà persistenti a svolgere le funzioni proprie dell'età" o "minore con perdita uditiva superiore a 60 decibel nell'orecchio migliore";
- frequenza ad un centro di riabilitazione, a centri di formazione professionale, a centri occupazionali o a scuole di ogni grado e ordine;
- non disporre di un reddito annuo personale superiore a euro 4.171, 44.
Non hanno diritto all'indennità mensile di frequenza coloro che percepiscono:
- l'indennità di accompagnamento;
- la speciale indennità per i ciechi parziali;
- l'indennità di comunicazione concessa ai sordomuti.
E' possibile scegliere il trattamento economico più favorevole tra l'indennità mensile di frequenza ed eventuali altre indennità.
L'indennità di frequenza viene erogata per tutta la durata della frequenza ai corsi, alla scuola o a cicli riabilitativi.
Va, infine, evidenziato che la Corte Costituzionale, con sentenza 20-22 novembre 2002, n. 467, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 3, della legge 289/1990 nella parte in cui non prevede che l'indennità mensile di frequenza sia concessa anche ai minori che frequentano l'asilo nido.

Inserita il 2007-12-07 - categoria Sanità

L’indennità di accompagnamento può essere riconosciuta ai bambini sin dai primi giorni di vita?

La risposta è affermativa. Infatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11525 del 17 maggio 2006, annullando una decisione della Corte d'Appello di Milano, ha riconosciuto ad una bambina nata con gravi malformazioni il diritto all'indennità di accompagnamento a decorrere dai primi giorni di vita.
La Corte d'Appello aveva motivato il mancato riconoscimento dell'indennità di accompagnamento facendo riferimento alla legge n. 18 del 1980 e alla legge n. 508 del 1988, che riconoscono il diritto all'indennità ai soggetti invalidi non deambulanti e non autosufficienti, cioè impossibilitati a compiere da soli quelle funzioni quotidiane necessarie per riuscire a sopravvivere con una certa dignità; secondo i giudici milanesi, un bimbo di età inferiore ai tre anni non è mai in grado di compiere autonomamente le funzioni quotidiane di vita e quindi non può vivere da solo, perché, anche se sano, ha sempre la necessità di essere assistito e accompagnato da parte degli adulti.
La Corte di Cassazione ha, però, respinto le argomentazioni dei giudici milanesi, stabilendo il seguente importante principio:
"la situazione di inabilità (impossibilità di deambulare senza l'aiuto di un accompagnatore o necessità di assistenza continua per impossibilità di compiere gli atti della vita quotidiana) necessaria per l'attribuzione dell'indennità di accompagnamento della legge n. 18 del 1980, ex art. 1, può configurarsi anche con riguardo a bambini in tenera età, ancorché questi, per il solo fatto di essere tali abbisognino comunque di assistenza, atteso che la legge, la quale attribuisce il diritto anche ai minori degli anni diciotto, non pone un limite minimo di età; "tenuto conto che detti bambini possono trovarsi in uno stato tale da comportare, per le condizioni patologiche del soggetto, la necessità di un'assistenza diversa, per forme e tempi di esplicazione, da quella occorrente ad un bambino sano".

Inserita il 2007-11-27 - categoria Sanità

Che cos’è l’indennità di accompagnamento? A quanto ammonta? Come si domanda?

L'indennità di accompagnamento è un sostegno economico riconosciuto dallo Stato attraverso l'INPS, a favore dei cittadini la cui situazione di invalidità, per menomazioni fisiche o psichiche, sia tale per cui necessitano di un'assistenza continua; in pratica, spetta a chi non sia in grado di deambulare senza l'assistenza continua di una persona oppure perché non sia in grado di compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita.
L'indennità di accompagnamento viene erogata "al solo titolo della minorazione", indipendentemente, quindi, dall'età del beneficiario e dal reddito (suo e dei familiari).
L'importo dell'indennità viene annualmente aggiornato con apposito decreto del Ministero dell'Interno.
E' importante sottolineare che l'indennità:
- decade in caso di ricovero per più di un mese in strutture pubbliche;
- non è cumulabile con altre indennità;
- non è incompatibile con lo svolgimento di un'attività lavorativa;
- non è reversibile (cioè, non spetta agli eredi del titolare del diritto).
Infine, va detto che per richiedere l'indennità occorre presentare una domanda alla Commissione medica della Asl di appartenenza, allegando il certificato di residenza, il codice fiscale e il certificato del medico curante che riporti la seguente nota: "Persona che necessita di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita".

Inserita il 2007-11-17 - categoria Sanità

Il medico può violare il segreto professionale?

No, in quanto la rivelazione di segreto professionale costituisce reato. Infatti, l'art. 622 del codice penale dispone che chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della professione o arte, di un segreto, lo rivela senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento (cioè, danno), con la reclusione fino ad un anno o con la multa da euro 30 a euro 516.
Più specificamente va sottolineato che, secondo quanto stabilito dal codice di deontologia medica, il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o che può conoscere in ragione della sua professione; deve altresì, conservare il massimo riserbo sulle prestazioni professionali effettuate o programmate, nel rispetto dei principi che garantiscono la tutela della riservatezza.
Costituiscono giusta causa di rivelazione, oltre alle inderogabili ottemperanze a specifiche norme legislative (referti, denunce, notifiche e certificazioni obbligatorie): a) la richiesta o l'autorizzazione da parte della persona assistita o del suo legale rappresentante, previa specifica informazione sulle conseguenze o sull'opportunità o meno della rivelazione stessa; b) l'urgenza di salvaguardare la vita o la salute dell'interessato o di terzi, nel caso in cui l'interessato stesso non sia in grado di prestare il proprio consenso per impossibilità fisica, per incapacità di agire o per incapacità di intendere e di volere; c) l'urgenza di salvaguardare la vita o la salute di terzi, anche nel caso di diniego dell'interessato, ma previa autorizzazione del Garante per la protezione dei dati personali.
La morte del paziente non esime il medico dall'obbligo del segreto.

Inserita il 2007-06-01 - categoria Sanità

Desidero sapere come e' possibile che mia moglie ipovedente con 1/10 per l'occhio destro e 2/10 per il sinistro NON puo' presentare la domanda di invalidita'.... Mi e' stato detto che deve essere cieca, bene.....vorrei sapere come mai in particolar modo al sud Italia molti cosidetti "ciechi" guidano la macchina..... (ho lavorato al Collocamento e questo lo so perche' ho visto le carte). Siamo alle solite, figli e figliastri. Pensi che solo che giorni fa mia moglie e' uscita da sola e per un puro caso non e' stata travolta da una macchina. Lei non vede le distanze. A chi mi devo rivolgere perche possa presentare la domanda?

La presentazione della domanda di invalidità consta di diversi ma doverosi passaggi: innanzitutto è necessario rivolgersi al proprio medico di famiglia cui chiedere il rilascio di un certificato in cui risultino dettagliatamente indicate tutte le patologie da cui è affetto il paziente richiedente; tale certificato dovrà poi essere presentato alla sezione invalidi civili della Asl, che consegnerà un modulo da allegare alla domanda e provvederà a fissare la data della prima visita di accertamento della invalidità da parte della commissione competente. Il certificato del medico di base, il modulo della Asl e gli esiti degli accertamenti costituiranno la documentazione da presentare all'Inps.

Inserita il 2007-03-14 - categoria Sanità

Mio figlio, lavoratore, per accertamenti per un dolore a una spalla ha dovuto fare degli accertamenti dovendo pagare più ticket per la stessa patologia, cioè: visita Fisiatra € 20,66 + 10,00 ticket. La dr.ssa ha prescritto raggi ed ecografia, il medico curante ha emesso due ricette di cui per i raggi ha pagato € 17,82 + 10,00 ticket, per ecografia ancora non è stato possibile fare la prenotazione e quindi deve pagare la prestazione + € 10,00 ticket, per fortuna per ora gli accertamenti finiscono con questi. Io mi chiedo è giusto contribuire alle spese sanitarie, ma non per questo devo essere tartassato, per la stessa patologia non può essere richiesto il pagamento di più ticket, perché allora il nostro paese è fatto dei furbi, cioè non dichiarare nulla e usufruire di tutte le agevolazioni, oppure ricorrere al ricovero e fare tutti gli accertamenti in Ospedale: GRATIS.

La Sua denuncia - che non è l'unica a essere pervenuta alla nostra attenzione - è pienamente condivisibile. Purtroppo per quest'anno è difficile immaginare che il ticket sanitario di 10 euro possa essere abolito. Pertanto, non ci resta che confidare nella promessa resa pubblica in questi giorni dall'attuale Ministro della Salute Livia Turco di abolire, a partire dalla prossima legge finanziaria (2008), il ticket di 10 euro sulle ricette per la specialistica. Il Ministro ha anche spiegato che nel frattempo, nell'ambito del prossimo provvedimento di assestamento di bilancio, "il Governo sta valutando di stanziare 350 milioni di euro per alleggerire l'onere relativo al ticket per le prestazioni specialistiche ambulatoriali del Servizio sanitario nazionale".